Categoria: itinerari

Museo delle Palafitte di Fiavé

Le Palafitte di Fiavé sono una delle 111 località che costituiscono il sito dedicato alle palafitte preistoriche dell’arco alpino entrate a far parte della lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Il museo, curato dalla Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici della Provincia autonoma di Trento, racconta le vicende dei diversi abitati palafitticoli succedutisi lungo le sponde del lago Carera, bacino di origine glaciale, tra tardo Neolitico ed età del Bronzo.
Gli scavi diretti da Renato Perini, iniziati nel 1969 e proseguiti fino all’inizio degli anni Novanta, hanno portato alla luce resti di capanne costruite sulla sponda lacustre (3800 – 3600 a.C), ma anche secondo il classico modello della palafitta in elevato sull’acqua (1800 – 1500 a.C.).
Un’evoluzione di questa tipologia sono le capanne su pali ancorati ad una complessa struttura a reticolo adagiata lungo la sponda e sul fondo del lago (1500 – 1300 a.C.).
 
Negli ultimi secoli del II millennio a.C. l’abitato si spostò sul vicino Dos Gustinaci, dove sono state rinvenute abitazioni con fondazioni in pietra.
L’eccezionale stato di conservazione non solo dei pali, ma anche di molti altri materiali organici, rende queste palafitte particolarmente affascinanti, consentendo di penetrare in aspetti della vita delle comunità preistoriche generalmente sconosciuti.
Il museo espone una selezione degli straordinari oggetti, rinvenuti dagli archeologi nel corso delle ricerche, che suscitano stupore per la loro modernità.
Sono migliaia i materiali caduti in acqua, accidentalmente o gettati al tempo delle palafitte, preziose testimonianze di notevoli conoscenze tecniche e costruttive e di abilità artigiana.
 
Si tratta di vasi in ceramica, ma anche di monili in bronzo e – rarissimi all’epoca – in ambra baltica e in oro.
Una collezione unica in Europa è quella costituita dai circa 300 esemplari di oggetti in legno: stoviglie e utensili da cucina, fra i quali tazze, mestoli, vassoi, strumenti da lavoro come secchi, mazze, falcetti, trapani, manici per ascia, oltre ad un arco e alcune frecce. Le particolari condizioni ambientali dei depositi lacustri hanno restituito persino derrate alimentari come spighe di grano, corniole, nocciole, mele, pere.
Un intero piano del museo è dedicato alla ricostruzione della vita quotidiana al tempo delle palafitte: un’esperienza unica che permette di immergersi nell’atmosfera del villaggio palafitticolo di 3500 anni fa.
 
Oltre al grande plastico che ricostruisce il villaggio «Fiavé 6», diversi ambienti svelano di volta in volta il lavoro di contadini e pastori, la vita attorno al focolare domestico, la cucina, la moda, i segreti di metallurghi e cacciatori.
Di particolare suggestione sono anche i modellini ricostruttivi, i filmati e gli elementi scenografici che richiamano i pali di supporto delle palafitte.
Una sezione del museo, curata dal Servizio Conservazione della Natura e Valorizzazione ambientale della Provincia autonoma di Trento, è dedicata all’unicità del biotopo Fiavé-Carera, riserva naturale provinciale e sito di importanza comunitaria.
Quest’area protetta è infatti una delle torbiere più estese del Trentino, ricca di vegetazione, luogo di riproduzione di molte specie di rettili e anfibi e punto di sosta per uccelli migratori.
 
Il progetto scientifico del museo è di Paolo Bellintani e Luisa Moser, archeologi della Soprintendenza trentina, mentre l’allestimento è dell’architetto Franco Didoné.
Grafica e scenografie sono state curate da Gruppe Gut – Officina di design. I filmati sono stati realizzati da FORMAT, Centro Audiovisivi della Provincia autonoma di Trento.
Il grande plastico che ricostruisce un villaggio palafitticolo dell’Età del Bronzo è opera di Gigi Giovanazzi.

Orari

15 – 22 aprile: tutti i giorni ore 10-18
23 aprile – 19 giugno / 21 settembre – 30 novembre: sabato, domenica e festivi ore 14-18
negli altri giorni visite per gruppi su prenotazione 
20 giugno – 20 settembre: da martedì a domenica ore 10-18

[codepeople-post-map]

Museo Castello di Drena

Il castello di Drena sorge su un’altura che domina e sovrasta con la sua mole imponente l’abitato di Drena. Ai piedi del castello si stende il suggestivo deserto delle Marocche, dove troviamo un particolare fenomeno glaciale che ha portato alla formazione di una spettacolare distesa di macigni di 173 milioni di metri cubi. La sua suggestiva e particolare posizione geografica strategica, che lo rese un importante mezzo di controllo della via di collegamento fra Trento e il Lago di Garda, lo fece oggetto di contese nel corso di tutto il periodo Medievale.
Le prime tracce di insediamento sul territorio risalgono all’età preistorica, tanto che si è ipotizzato che alle origini del castello vi fosse un castelliere preistorico che evolvette in fortezza medievale. A conferma di queste ipotesi, nel 1984, in occasione dei lavori di ampliamento della strada Provinciale, sono state rinvenute numerose tracce di un abitato che risalirebbe all’età del Bronzo.
Fra i primi proprietari di cui la storia è a conoscenza, va ricordata la famiglia dei Sejano, il cui nome compare in un atto ufficiale del 1175 che documenta il passaggio di proprietà del castello alla famiglia degli Arco, nel tempo principale responsabile dello sviluppo della fortezza. Agli inizi del XVIII secolo, nel corso della guerra di successione spagnola, fu preso e distrutto dalle truppe franco-ispaniche al comando del generale Vendome, fu l’inizio di un lungo periodo di decadenza, fino ai giorni nostri, quando il castello è stato oggetto di una grandiosa opera di restauro con la realizzazione di un museo permanete di reperti archeologici.

[codepeople-post-map]

Rifugio Finonchio

Il Monte Finonchio 1.603 m. è sempre stato molto frequentato dai trentini, la sua cima ampia e coperta da prati è un interessante punto panoramico. Già prima della grande guerra i trentini avevano scoperto le località di Serrada e Folgaria scegliendole come luoghi per i loro soggiorni; il Finonchio diventò subito la meta preferita per le passeggiate e questa tendenza proseguì anche nel primo dopoguerra, allorché l’escursionismo si sviluppò indistintamente tra tutte le classi sociali. Quando cominciarono a prendere piede le discipline invernali quei prati dolci e ampi attirarono subito l’interesse dei pionieri del nuovo sport.

Di un rifugio sulla cima del Finonchio si incominciò a parlare nel 1912, Eugenio Braga creò un comitato e furono gettate le fondamenta, ma lo scoppio della guerra fermò i lavori. Il progetto fu ripreso dalla Sezione SAT di Rovereto nel dopoguerra che ne affidò la stesura all’arch. Pietro Marzani. Si costituì un comitato che deliberò di dedicare il nuovo rifugio ai fratelli Fabio e Fausto Filzi, caduti nel corso del primo conflitto mondiale. Il rifugio venne inaugurato nel 1930. La seconda guerra mondiale non risparmiò la struttura del rifugio, presa di mira da soldati e vandali che lasciarono solo un cumulo di pietre. Nessuno ebbe dubbi sulla sua ricostruzione ma si dovette attendere però una decina di anni fino al 1956.

Il “nuovo” rifugio Filzi venne inaugurato nel 1957 su progetto dell’arch Pietro Marzani; presentava caratteristiche costruttive ed estetiche singolari rispetto a quelle solitamente impiegate nei rifugi: di forma rettangolare si distingue per la linea del tetto, a volta semicilindrica. Nel 2010 il Consiglio Direttivo della SAT di Rovereto ha dato il via alla ristrutturazione del rifugio non ritenendolo più rispondente alle esigenze di funzionalità, sicurezza e comfort che, pur trattandosi di rifugio alpino, risultavano assolutamente necessarie per corrispondere agli standard odierni. Difficoltoso è stato l’iter burocratico per l’inizio dei lavori. La progettazione è stata affidata allo Studio Tecnico Geom. Antonio Scanagatta e Ing. Nicola Scanagatta che ha curato l’assistenza tecnica anche durante la realizzazione dell’opera. All’impresa Giacomo Zandonai sono stati appaltati tutti i lavori di muratura che, con competenza e puntualità, ha  portato a compimento, come previsto, a fine giugno 2014. Prezioso è stato l’apporto dei soci volontari che hanno dedicato con generosità molte ore di lavoro, contribuendo così ad un risparmio sulla spesa complessiva. Finalmente il rifugio, dotato di 13 letti, è pronto per accogliere i visitatori che saranno confortati dalla gestione di Monica e Alberto Giovannini; telefono 0464 – 435620.

Strada del vino

Strada del vino: questo itinerario ci porta dritti nel cuore dei vigneti delle colline avisiane. Siamo sulla strada che da Palù di Giovo, paesino noto per essere luogo di nascita di grandi campioni del ciclismo, porta verso Verla e Cembra. Il territorio è tutto coltivato a vigneto, Chardonnay, Nosiola, Suavignon, coltivato con estrema fatica e tenacia dagli uomini di questa vallata. Infatti, il territorio è stato reso praticabile all’agricoltura e alla vita, tramite terrazzamenti e stradine che si inerpicano sulle montagne e scendono nei pendii che portano al torrente Avisio. Un viaggio da fare in auto, per immergersi in una atmosfera difficilmente replicabile…

Ciclabile alta Val di Non

Circuito ad anello di circa 32Km che tocca vari paesi dell’alta val di Non, grazie alla sua conformazione ad altopiano rappresenta una meta ideale per chi ama viaggiare sulle due ruote. La nuovissima pista ciclabile è costituita da uno splendido anello che si sviluppa su strade asfaltate e pavimentate e collega tra loro i paesi di Malgolo, Romeno, Salter, Cavareno, Sarnonico, Ronzone, Malosco e Fondo per poi fare ritorno al paese di Romeno nel verde attraverso gli sconfinati prati della località “Pradiei” che in inverno fanno da cornice anche alla “Ciaspolada”, famosissima corsa con le racchette da neve. 

Scarica l’itinerario su PisteCiclabili.Com

 

Rifugio Roda Vaèl

Il rifugio roda vael è situato sulla Sella del Ciampaz a quota 2283 m sl.l.m.nel mezzo del gruppo del Catinaccio. E’ uno dei rifugi di riferimento per il Gruppo del Catinaccio e quando fu ampliato e rimodernato, la sala fu intitolata a uno degli arrampicatori più valenti della storia dell’alpinismo dolomitico: Marino Scenico. Ancora oggi le vie di Marino Stenico sono selettive. Proprietà della SAT, Società Alpini Tridentini, è gestito da Roberta Silva, che è sempre a Vostra disposizione per consigliarVi al meglio, sia che vogliate intraprendere uno dei tanti giri nel gruppo, sia che vogliate percorrere le splendide ferrate della Roda di Vael o del Majarè o una delle molteplici Vie alpinistiche. E’aperto nella stagione estiva (giugno – ottobre).

Le Dolomiti prendono il nome dal naturalista francese Déodat de Dolomieu (1750-1801) che per primo studiò il particolare tipo di roccia predominante nella regione, battezzata in suo onore dolomia, costituita principalmente dal minerale dolomite (MgCa(CO3)2) ovvero carbonato doppio di calcio e magnesio. Questa composizione chimica delle rocce dà origine al fenomeno dell’enrosadira. (rifugio roda vael)

La prima denominazione geografica del termine “Dolomiti” comparve nel 1837 in una guida edita a Londra, per descrivere una regione particolarmente montuosa e affascinante che comprendente le valli di Fassa, la val Gardena, Badia, la val Pusteria nonché le Alpi venete. Nel 1864 fu pubblicato il volume The Dolomite Mountains, resoconto di viaggio di due naturalisti inglesi, John Gilbert e G.C.Churchill. Con questo volume il termine fu introdotto a livello europeo, la denominazione Monti Pallidi si rifà ad una leggenda, quindi quando si parla di Dolomiti ci si può riferire principalmente a due accezioni del significato: quell’insieme di gruppi montuosi, caratterizzati da una prevalente presenza di roccia dolomitica. Tali gruppi si trovano principalmente all’interno della sezione alpina definita come Dolomiti ma anche in altri gruppi appartenenti ad altre sezioni. Per contro, dei gruppi montuosi inseriti nella sezione Dolomiti dove si trova il rifugio roda vael hanno poco o per nulla natura dolomitica, quella parte delle Alpi definita come sezione Dolomiti che ha limiti geografici ben precisi e continuità territoriale.

 

Borgo Valsugana

Borgo Valsugana è un borgo caratteristico Trentino affascinante esempio di insediamento fluviale urbanizzato, il centro del paese è tagliato dal fiume Brenta, con il corso d’acqua affiancato da belle case antiche e portici con una forte impronta veneta. Borgo Valsugana offre piacevoli scorci e bellezze architettoniche, come l’imponente Castel Telvana, che sovrasta il paese, con immancabile passeggiata lungo Corso Ausugum con i portali barocchi e le botteghe dove acquistare prodotti tipici. Luoghi visitabili sono: le chiese di San Francesco, San Rocco e Sant Anna, Palazzo Ceschi, il ponte veneziano sul Brenta, la fucina Tognolli, la sala Degasperi, il Museo della Grande Guerra e lo Spazio Klien. Dal sobborgo di Olle sale la strada che porta in Val di Sella, dove si snoda il percorso Arte Natura, che porta il visitatore alla scoperta di ArteSella, la biennale internazionale d’arte. Le opere vengono realizzate con materiali naturali direttamente nel bosco e vi rimangono finchè la natura rigogliosa non le ingloba. L’intera la vallata è servita dalla statale e dalla ferrovia della Valsugana, che collega Venezia e Bassano del Grappa a Trento, ed è percorsa anche da una spettacolare e piacevole pista ciclabile che si snoda lungo il corso del fiume Brenta.

[codepeople-post-map]

Close

Il Trentino visto da Diego Marini